Ci riprovo, rieccomi!
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La Mia Mogliettina!!
E rinveniamo dal solito letargo spendendo due parole anche per Cisco e per il suo "La Lunga Notte", titolo che, parlando di letargo, appare quantomai in tema.
Se Albertone rimarca il suo distacco avvertendoci che se ne starà fermamente "Da Un'Altra Parte" (e i risultati, ahimé, confermano le sue sciagurate intenzioni), Cisco ci comunica che è passata, che sta finendo, una "Lunga Notte".
Che dire? Sicuramente un lavoro completamente onesto.
Se vogliamo non perfetto, non privo di qualche macchia di beate e ingenue banalità retoriche ma un lavoro onesto, perdìo.
Un lavoro che ostinatamente segue la solita direzione, forse cercando strade alternative e forse no, forse ritrovando perduti percorsi e forse no, ma un lavoro che (non vi sembri poco!) vince largamente la (non)sfida con Albertone.
Tanto dotato vocalmente l'uno, quanto francamente mediocre (non ce ne voglia, Cisco) l'altro, ma tanto farfallone e incostante il primo, quanto testardo ed ostinato il secondo: tanto da raggiungere e superare, per qualità delle composizioni e intensità delle sensazioni trasmesse, colui che sembrava poter partire da un insuperabile vantaggio.
Bravo, Cisco.
E, mi si perdoni l'immagine trita e consunta, che per te la lunga notte possa trasformarsi in una radiosa alba.
Vorrei incominciare con questo post un piccolo ed incostante (speriamo non instabile) ciclo di quelle che vorrebbero essere recensioni di ciò che una volta veniva chiamato Ellepì.
Parto con le due voci dei Modena City Ramblers ai tempi del loro debutto discografico di grande distribuzione (Riportando tutto a casa, ristampato su Etichetta Mescal nel 1994), Albertone e Cisco, ora che entrambi sono "usciti dal gruppo" e sono sulla strada di progetti solistici.
Il democratico Ordine Alfabetico vuole che si incominci da Albertone. Così faremo.
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L'avevamo lasciato, Albertone, tra le evocative liriche di "In Un Giorno Di Pioggia", le commoventi parole di "I funerali di Berlinguer", le sognanti note di "Ninnananna", mentre assieme ai suoi compagni di viaggio cercava di Riportare a Casa immagini, suoni, colori e sogni dalla terra di smeraldo.
L'avevamo rimpianto, Albertone, come una delle meteore più splendenti della piccola storia del rock padano, e ci chiedevamo come fosse possibile che una voce così avesse detto che no, grazie, il proscenio non era per lui.
L'avevamo evocato, Albertone, in ognuno di questi anni. Chissà dove sarà, cosa farà. Come sarebbe bello se. Se tornasse. Se ci facesse ancora sentire nuove note sognanti, evocative, commoventi.
L'avevo ritrovato, Albertone, sulle incerte frequenze di K-Rock, imbarcato in un single promozionale natalizio neanche troppo bello ma infine - suvvia! - promettente. E si era aperto un mondo. Un mondo di stupore, di attesa, di segrete speranze che a questo singolo avrebbe magari fatto seguito... Forse. Chissà...
Ed infine eccolo, il ritorno di Albertone. Il nuovo Album. "Da un'altra parte".
(e già il titolo, ragazzi, prometteva bene, benissimo!!! ...Il ritorno di una delle voci principe del periodo d'oro del folk-rock italiano. Un titolo che sembrava essere il manifesto del loser che continua a proporci la sua esistenza in un certo qual modo alternativa, *non allineata*. Roba da perderci la testa.)
E mai titolo fu così veritiero.
Ma mai titolo fu così misunderstood.
*Da un'altra parte*, certo, ma verso le sensazioni che avevo legato al *vecchio* Albertone.
*Da un'altra parte*, sicuro, rispetto a quel che credevo di intuire di lui.
Solchi che scivolano via impalpabili. Un poppettino inutile e ininfluente. Una voce, sempre magnifica, sminuita da un songwriting assolutamente non all'altezza... una voce che sembra quasi fuoriposto, quasi posticcia su canzonette che almeno vorremmo definire sanremesi e che chiunque avrebbe potuto interpretare, senza mutarne l'effimera consistenza.
(Ed è sempre così, quando ricerchi - ma anche ri-cerchi - l'intensità di esperienze passate e vissute, spesso rimani con qualche mosca racchiusa in un pugno, quando non addirittura inquini e svilisci gli intensi, passati, ricordi.)
Non possiamo far altro che tornare a qualche emse fa, quando, seduti in riva al fiume, nemmeno sapevamo del ritorno di Albertone, e lo aspettavamo sognanti. Continueremo ad aspettarlo, sperando in un suo salvifico ritorno. Però, questa volta, autentico.
Ieri, da casa dei miei, ho finito di recuperare tutta la mia biblioteca rock.
(almeno quella fatta di libri... per le riviste vedremo poi).
Dalla enciclopedia del rock agli svariati libri sugli U2, dai testi su Guccini a Inchiostro e Vinile, un libro fondamentale, almeno per me, almeno per la mia mai inaridita vena nostalgica, quella che si ciba delle sfocate immagini e dagli indefiniti suoni che arrivano alla mia mente provenienti dai tempi delle prime radio libere, dei vinili da scartabellare negli scatoloni dei negozi di musica, dall'odore del cartone che emanavano le confezioni degli LP, dalla poesia delle cassettine registrate ascoltando la classifica dei migliori dischi rock dell'anno che ogni 24 dicembre veniva irrdiata da Mondoradio.
E' proprio della parabola della storica Mondoradio che parla Inchistro e Vinile, scritto da uno degli storici DJ di quella emittente sobria, minimalista, emiliana e rock.
Volevo scrivere tante cose, poi mi sono accorto che in questo blog c'è chi ha scritto esattamente quello che volevo esprimere io, meglio di come l'avrei potuto fare io.
Onore al merito.
Megagoncerto di Ligabue.*
Del Liga, come dicono tutti, ora.
Approssimativamente duecentomila anime a saltare sulle note di "Balliamo sul Mondo".
(e chissà quante altre lo hanno fatto anche solo idealmente).
***
Eravamo nel 1988.
Ancora trasmetteva "Mondoradio Rock Station", storica emittente locale, nata dal pionierismo delle radio libere, che dall'etere, unica in un desolante panorama impregnato di MainStream e sintetizzatori, ha fatto crescere una generazione, salvandola dalle paillettes degli anni '80, impastando di note inconsuete la nostra terra, così sospesa, come disse Guccini, tra la via Emilia e il West.
Se preferiamo, così sospesa tra il Lambrusco e il Pop Corn.
Che poi è la stessa cosa.
Ancora non c'era "K-Rock", che di Mondoradio ha raccolto l'eredità, estremizzandola fors'anche, lei, così intrisa di programmatori radiofonici che potremmo definire quasi "anti dj", così attenti a sciorinare la storia dei musicisti proposti, così attenti a rifuggire la marea di parole e di cazzate che sembra ogni conduttore debba emettere per essere definito trendy.
Così attenti ad irrigare, goccia dopo goccia, quella tradizione che nella nostra provincia ha fatto crescere decine e decine di musicisti rock (serve ricordare AFA, Ustmamò, CCCP, anche Zucchero se vogliamo, e i meravigliosi Offlaga Disco Pax).
Luciano ascoltava MondoRadio, se ne nutriva.
Luciano era una delle menti pensanti dell'organizzazione che alla favolosa festa dell'Unità di Correggio, in un paesino di 20000 anime, sperduto, lui sì, tra la via Emilia e il West, ha portato artisti come REM, Bob Dylan, Ben Harper, Patti Smith, Pogues, e chissà quanti ne dimentico.
Luciano aveva appena vinto il leggndario concorso per le band emergenti, "Terremoto Rock", emanazione di quel "verbo rock" in cui, grazie a mio fratello maggiore, che mi nutriva a pane a Pink Floyd, The Doors, Led Zeppelin, The Who, io sono cresciuto.
(e ancora si acquistavano i vinili, scartabellando immense pile disordinate a cercare la perla, da "Barcone Sound", in Via Emilia)
Luciano suonava con gli "OraZero".
Tenne un concerto all'oratorio del mio paese.
***
Il Liga che usciva nel 1990 con il suo primo album, quello con i testi sulla copertina e le citazioni cinematografiche, era nostro.
Era la nostra tradzione.
La nostra generazione rock.
La nostra terra.
Il Liga era Mondoradio, era le note dell'unico baluardo che, insistente e instancabile, proponeva Neil Young, REM, Talkin' Heads, U2.
Quello stesso baluardo che non aveva ceduto prima ad Alberto Camerini, poi a Tarzan Boy o Luis Miguel.
Il Liga che arrivava a suonare sul palco della festa dell'Unità di Correggio era un cerchio che si chiudeva.
Il Liga eravamo noi, rocker padani, eredi di quella tradizione che, dalla Beat Generation dei Nomadi ai successivi cantastorie alla Guccini, aveva nel sangue i panorami della nostra terra, imbevuti in abbondanti dosi di American Dream.
Tra la Via Emilia e il West.
Tra il Lambrusco e il Pop Corn.
***
Mondoradio oggi non c'è più, splendidamente affrescata in inchiostro e vinile, eloquentemente nascosta tra le pieghe di "Radio Freccia".
Ligabue ha raccontato le nostre "Certe Notti", di ritorno forse dal Corallo, la storica discoteca Rock di Scandiano.
Ligabue ha raccontato i nostri borghi, la nostra radio, la nostra aria (atmosfera?), la nostra politica, le nostre terre, la nostra musica, i nostri sogni, la nostra lingua, in libri e film.
Adesso li racconta a duecentomila persone. O chissà a quante di più.
Adesso lo conoscono tutti.
Adesso tutti ne ascoltano l'accento reggiano.
E mentre gioisci della fortuna di un tuo conterraneo, così legato alla tua musica, alla tua terra, alla tua anima, al tuo mondo, ti scende una lacrima
e sai che in fondo hai perso qualcosa.
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* = questo post avrei voluto scriverlo lunedì, poi martedì, quindi mercoledì, dopodiché giovedì e infine venerdì.
Avrei parlato del concerto al futuro, non al passato.
Chissà perché non l'ho fatto: impegni, poca ispirazione, pigrizia.
(la terza che ho detto)
Quella voce.
Quella voce che avevi conosciuto a 13 anni, tra i solchi di "One Tree Hill" e di "Red Hill Mining Town".
Che ti aveva stregato.
Quella voce che sapeva strapparti il cuore e buttarlo a terra, pulsante, sanguinante.
Che trasudava sudore, passione, lacrime.
Quella voce che credevi di aver perso ascoltando "The Fly" e che poi hai subito ritrovato ascoltando "One".
Quella voce, Dio, quella nuova voce che - ripudiando l'algido "Zooropa" - avevi insperatamente scoperto nelle tracce di "Ten", in quella "Black" così intensa.
Quella voce che da "Vitalogy" in poi è stata inopinatamente sminuita, alienata, rimpicciolita.
Quella voce che avevi di nuovo scovato tra le note di "The Bends", piangendo di fronte a una disperata "High and Dry" o a una dolente "Fake Plastic Trees".
(e ancora, dopo, in una "Exit Music", così adeguata alle ore che stavi vivendo)
Sì, proprio quella voce che per l'ennesima volta hai perso, dopo "Zooropa" e "Vitalogy", anche acquistando il pur pregevole "Kid A".
Quella voce che non hai più risentito, se non a sprazzi, se non abbozzata, se non dimezzata.
Quella voce ritorna oggi, più delicata ma non per questo meno ficcante, meno diretta al tuo cuore.
Ritorna tra le strofe sussurrate di "The Scientist", di "Fix You".
Ed è come tornare a casa.
"Alcuni dei suoi pezzi mi piacciono a tal punto che vorrei, in quei momenti avere soltanto io orecchie per sentire quella melodia, quelle parole dense di significato e di passione."
Egli (ignoto) sta parlando di Piero Marras, cantautore sardo misconosciuto ai più che ha l'onore(?) di rappresentare una delle mie ultime infatuazioni musicali.
(ah, sì, sapete, il cantautorato italiano: quello dei cantastorie, degli affabulatori, dell'attenzione al sociale. Quello dell'eterno dibattito fra canzone e poesia. Quello della barba sul volto. Quello degli anni '70)
Di seguito è il testo de "Il figlio del Re", una ballata intensa, semplice, evocativa, meravigliosa.
Dimmi cosa mi hai portato, Padre mio
Dimmi cosa mi hai portato
"Ti ho portato un sacco pieno di esperienza
perché guidi la tua vita.
L'esperienza saprà far di te il più potente re
L'esperienza saprà far di te il più potente re"
Non la voglio, non mi serve, l'esperienza
Puoi gettarla in fondo al mare
L'esperienza che mi porti è un brutto libro
Tutto da dimenticare.Dimmi cosa mi hai portato, Madre mia
Dimmi cosa mi hai portato
"Ti ho portato un cesto carico d'affetto
perché riempia la tua vita.
Il mio affetto, lo sai, mai lasciarti potrà, mio re
Il mio affetto, lo sai, mai lasciarti potrà, mio re"
Non lo voglio, non mi serve, questo affetto
Puoi gettarlo in fondo al mare
Questo affetto che mi porti è la mia croce
La mia angoscia naturale.Dimmi cosa mi hai portato, mio giullare
Dimmi cosa mi hai portato
"Ti ho portato un sacco pieno di allegria
che rallegri la tua vita
L'allegria scaccerà la tristezza che hai, mio re
L'allegria scaccerà la tristezza che hai, mio re"
Non la voglio, non mi serve, l'allegria
Puoi gettarla in fondo al mare
L'allegria che tu mi porti è solo un trucco
Perch'io possa non pensare.Dimmi cosa mi hai portato, vecchio servo
Dimmi cosa mi hai portato
"Ti ho portato la miseria delle gente
ti ho portato il suo dolore
ti ho portato la gran rabbia della gente
ti ho portato il suo tormento
ti ho portato pure un lembo di speranza
ti ho portato un filo d'erba
Ecco adesso, se vuoi, tu frustarmi potrai, mio re
Ecco adesso, se vuoi, tu frustarmi potrai, mio re".Prenderò la tua miseria, vecchio servo
Ne farò la mia esperienza
Prenderò la tua gran rabbia, vecchio servo
Ne farò il mio solo affetto
Prenderò la tua speranza, vecchio servo
Ne farò la mia allegria.
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Una doverosa precisazione: Fuoricampo, titolo del post, è anche il titolo dell'album di Piero Marras in cui possiamo trovare la ballata. Sembrava appropriato, dacché recentemente ho solo parlato - e forse annoiato... - di calcio e quindi (in fondo) di campo, il poter uscire dall'argomento in questa - elegante - guisa.