Ci riprovo, rieccomi!
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La Mia Mogliettina!!
Megagoncerto di Ligabue.*
Del Liga, come dicono tutti, ora.
Approssimativamente duecentomila anime a saltare sulle note di "Balliamo sul Mondo".
(e chissà quante altre lo hanno fatto anche solo idealmente).
***
Eravamo nel 1988.
Ancora trasmetteva "Mondoradio Rock Station", storica emittente locale, nata dal pionierismo delle radio libere, che dall'etere, unica in un desolante panorama impregnato di MainStream e sintetizzatori, ha fatto crescere una generazione, salvandola dalle paillettes degli anni '80, impastando di note inconsuete la nostra terra, così sospesa, come disse Guccini, tra la via Emilia e il West.
Se preferiamo, così sospesa tra il Lambrusco e il Pop Corn.
Che poi è la stessa cosa.
Ancora non c'era "K-Rock", che di Mondoradio ha raccolto l'eredità, estremizzandola fors'anche, lei, così intrisa di programmatori radiofonici che potremmo definire quasi "anti dj", così attenti a sciorinare la storia dei musicisti proposti, così attenti a rifuggire la marea di parole e di cazzate che sembra ogni conduttore debba emettere per essere definito trendy.
Così attenti ad irrigare, goccia dopo goccia, quella tradizione che nella nostra provincia ha fatto crescere decine e decine di musicisti rock (serve ricordare AFA, Ustmamò, CCCP, anche Zucchero se vogliamo, e i meravigliosi Offlaga Disco Pax).
Luciano ascoltava MondoRadio, se ne nutriva.
Luciano era una delle menti pensanti dell'organizzazione che alla favolosa festa dell'Unità di Correggio, in un paesino di 20000 anime, sperduto, lui sì, tra la via Emilia e il West, ha portato artisti come REM, Bob Dylan, Ben Harper, Patti Smith, Pogues, e chissà quanti ne dimentico.
Luciano aveva appena vinto il leggndario concorso per le band emergenti, "Terremoto Rock", emanazione di quel "verbo rock" in cui, grazie a mio fratello maggiore, che mi nutriva a pane a Pink Floyd, The Doors, Led Zeppelin, The Who, io sono cresciuto.
(e ancora si acquistavano i vinili, scartabellando immense pile disordinate a cercare la perla, da "Barcone Sound", in Via Emilia)
Luciano suonava con gli "OraZero".
Tenne un concerto all'oratorio del mio paese.
***
Il Liga che usciva nel 1990 con il suo primo album, quello con i testi sulla copertina e le citazioni cinematografiche, era nostro.
Era la nostra tradzione.
La nostra generazione rock.
La nostra terra.
Il Liga era Mondoradio, era le note dell'unico baluardo che, insistente e instancabile, proponeva Neil Young, REM, Talkin' Heads, U2.
Quello stesso baluardo che non aveva ceduto prima ad Alberto Camerini, poi a Tarzan Boy o Luis Miguel.
Il Liga che arrivava a suonare sul palco della festa dell'Unità di Correggio era un cerchio che si chiudeva.
Il Liga eravamo noi, rocker padani, eredi di quella tradizione che, dalla Beat Generation dei Nomadi ai successivi cantastorie alla Guccini, aveva nel sangue i panorami della nostra terra, imbevuti in abbondanti dosi di American Dream.
Tra la Via Emilia e il West.
Tra il Lambrusco e il Pop Corn.
***
Mondoradio oggi non c'è più, splendidamente affrescata in inchiostro e vinile, eloquentemente nascosta tra le pieghe di "Radio Freccia".
Ligabue ha raccontato le nostre "Certe Notti", di ritorno forse dal Corallo, la storica discoteca Rock di Scandiano.
Ligabue ha raccontato i nostri borghi, la nostra radio, la nostra aria (atmosfera?), la nostra politica, le nostre terre, la nostra musica, i nostri sogni, la nostra lingua, in libri e film.
Adesso li racconta a duecentomila persone. O chissà a quante di più.
Adesso lo conoscono tutti.
Adesso tutti ne ascoltano l'accento reggiano.
E mentre gioisci della fortuna di un tuo conterraneo, così legato alla tua musica, alla tua terra, alla tua anima, al tuo mondo, ti scende una lacrima
e sai che in fondo hai perso qualcosa.
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* = questo post avrei voluto scriverlo lunedì, poi martedì, quindi mercoledì, dopodiché giovedì e infine venerdì.
Avrei parlato del concerto al futuro, non al passato.
Chissà perché non l'ho fatto: impegni, poca ispirazione, pigrizia.
(la terza che ho detto)
Oggi è l'11 settembre.
(ricorrenza infausta, ne convengo, ma non di questo voglio parlare)
Oggi è l'11 settembre,
tra 6 giorni
mi sposo.
Tra 6 giorni
ci sposiamo.
Non so se me ne rendo ancora conto. Forse che no, forse che sì.
Non so se mi rendo conto che tra sei giorni lascerò l'unica casa in cui ho abitato, l'unico ambiente in cui ho vissuto, le uniche persone che mi hanno cresciuto, lo sfondo di tutta la mia vita, fino ad oggi.
Non so se mi rendo conto che tra sei giorni coronerò un sogno, con la persona che più amo e ho amato, con quella casa "mia" che ho sempre sognato, verso una vita che ho sempre agognato di poter impostare, costruire, strutturare.
Non so se mi rendo conto che cambierà l'erba sotto i miei piedi, il cielo sopra la mia testa, le figure e le forme che comporranno il mio orizzonte.
Non so se sarò tranquillo, agitato,
se riderò, piangerò,
ammutolirò, parlerò,
mi isolerò, ascolterò,
guarderò, non vorrò vedere,
Non so se mi rendo conto.
Non so se mi renderò conto.
So solo che alla sera, abbracciato a Michy,
sarò felice.
Il redivivo Toro, rinato, assemblato in neanche una settimana, ieri ha giocato la sua prima partita.
E ha vinto.
Ha vinto indossando una maglia davvero granata, come non si vedeva da tempo.
Ha vinto, in serie cadetta, davanti a più di trentamila persone, più di quelle che hanno salutato l'esordio di un'altra squadra subalpina, fresca vincitrice dello scudetto.
Ha vinto buttando la mancanza di preparazione atletica e gli schemi solo abbozzati oltre l'ostacolo.
Ha vinto, finalmente guidata da un conducador competente, autorevole, capace e cortese.
Ha vinto, in barba a chi per un'estate intera, prima coi Cimminelli e poi con i Giovannoni, ha cercato di affossarla.
E a costoro, dopo Superga, dopo Meroni, dopo Ferrini, dopo Cimminelli e Giovannone, mi sento di dire una semplice cosa: mettete il cuore in pace.
Mettete il cuore in pace,
perché gli uomini, i dirigenti, i giocatori, passano, cambiano
mentre il Toro, quello no, quello resta.
Perché il Toro non è un insieme di giocatori o di dirigenti
ma è alfine un'idea, un'entità,
un gruppo di persone (noi) che questa idea porta avanti,
perché il Toro, dicevo,
per quanto possiate fare,
non morirà.
Mai.
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Riporto uno scritto di Luigi Ottolini apparso sull'imprescindibile ToroNews:
Il tempo – anche stavolta fedele sposo della Storia – sembra essersi fermato alla notte di quel 26 giugno, quando una marea inarrestabile di Tifo a tinte forti – Granata non a caso – colorava gli spalti del Delle Alpi prima di esplodere, fuori di esso, per le vie della città. Questa volta, lo stadio non era colmo come quella sera, ma la gente rispondeva ancora una volta a proprio modo all’estate più buia della Storia Granata, ribattezzata da qualcuno come la nostra “seconda” Superga. La festa-promozione, la gioia, poi la guardia di finanza, il debito ad altri perdonato (ma Noi non siamo “gli altri”), la fideiussione che si continua ad aspettare come in un romanzo di Beckett, che non arriva, il Toro ucciso, poi vilipeso dai calci al cadavere ancora caldo di gente che si proclamava “uno di noi”, preso in ostaggio, poi finalmente Cairo, Urbano I, il Presidente tanto atteso, desiderato, osannato, accolta da un entusiasmo mai visto prima. La gente non s’era mai addormentata (le “giornate torinesi” saranno sempre parte di Noi), ma aspettava un segno per riabbracciare le pacifiche armi d’una sciarpa e una bandiera, tornare ancora nell’arena. Lo stadio si rianima, la squadra s’emoziona, un ragazzotto alto e pelato gira un pallone in rete, e la gente esplode, salta in piedi, urla, sventola ogni lembo Granata che ha indosso, si stringe, si abbraccia. Sì, siamo vivi. E come non lo siamo mai stati. Le lancette corrono - “Però, questi ragazzi… Si conoscono da ieri ma se la cavano, eh?” - arriva il 90’, l’arbitro fischia la fine. Era il pizzicotto sulla guancia che ciascuno aspettava per assicurarsi che non fosse un sogno. No, no che non è un sogno, siamo sveglissimi, e quella che ci accarezza adesso è la mano dell’Amore d’una vita, riusciamo a distinguerne i lineamenti, a sentirne il profumo. Ci avviciniamo per saggiarne le labbra. I ragazzotti vestiti in Granata, laggiù sul campo, s’avvicinano alla Curva, applaudono e sono applauditi. E una lacrima s’unisce alla carezza…
Quella voce.
Quella voce che avevi conosciuto a 13 anni, tra i solchi di "One Tree Hill" e di "Red Hill Mining Town".
Che ti aveva stregato.
Quella voce che sapeva strapparti il cuore e buttarlo a terra, pulsante, sanguinante.
Che trasudava sudore, passione, lacrime.
Quella voce che credevi di aver perso ascoltando "The Fly" e che poi hai subito ritrovato ascoltando "One".
Quella voce, Dio, quella nuova voce che - ripudiando l'algido "Zooropa" - avevi insperatamente scoperto nelle tracce di "Ten", in quella "Black" così intensa.
Quella voce che da "Vitalogy" in poi è stata inopinatamente sminuita, alienata, rimpicciolita.
Quella voce che avevi di nuovo scovato tra le note di "The Bends", piangendo di fronte a una disperata "High and Dry" o a una dolente "Fake Plastic Trees".
(e ancora, dopo, in una "Exit Music", così adeguata alle ore che stavi vivendo)
Sì, proprio quella voce che per l'ennesima volta hai perso, dopo "Zooropa" e "Vitalogy", anche acquistando il pur pregevole "Kid A".
Quella voce che non hai più risentito, se non a sprazzi, se non abbozzata, se non dimezzata.
Quella voce ritorna oggi, più delicata ma non per questo meno ficcante, meno diretta al tuo cuore.
Ritorna tra le strofe sussurrate di "The Scientist", di "Fix You".
Ed è come tornare a casa.
Io e la mia dolcissima mogliettina riceviamo una mail:
"Dear visitor,
Thank you for registering for Apple Expo 2005, a five-day event that gives all a chance to try new products from Apple and over 250 companies.
Apple Expo will begin at 11 a.m. (CET) Tuesday, September 20 at the Porte de Versailles in Paris. There will not be a formal keynote presentation at this year's Apple Expo at Palais des Congrès."
Già.
Peccato che già da un anno sognassimo il momento in cui noi, freschi sposini, avremo presenziato, nel primo giorno del nostro viaggio di nozze, ad uno degli storici keynote di Steve Jobs.
Peccato che ci fossimo iscritti il giorno successivo all'apertura delle liste.
Peccato che avessimo scelto come meta della nostra honeymoon la città di Parigi anche per questo.
O forse solo per questo?
Per Carpisuzaramàntova si cambia.
Già.
Il problema è che il treno tarda ad arrivare. E si ferma in tante stazioncine piccole ma imprescindibili che ti fanno a volte sentire quella strana sensazione, come se il treno che si figura tua mente potesse anche decidere di NON arrivare.
Che treno? Ma che treno? Ma che stramaledetto treno, direte voi?
Un attimo. Ci arrivo.
(sono sempre lungo a spiegare le cose. O forse no. Stringato quando dovrei essere prolisso. Logorroico quando potrei essere telegrafico)
Il treno potrei anche essere io, ma non importa. Qullo che importa è la stazione, e la stazione è il matrimonio prossimo venturo, e - da lì - il cambio per la successiva "nuova vita": quella della nuova città, della nuova casa, del nuovo orizzonte, del nuovo lavoro.
La nuova vita non arriva, ancora.
Ne arriva il costo, in strana valuta: ore, ore, ore di preparativi, di gestioni e organizzazioni, tutte tese alla ricerca del Sacro Graal della perfezione, gelosamente custodito da un diavoletto, sadico al punto da agitare lo spauracchio dell'imprevisto dell'ultima ora, talmente stupido e insensato da ribaltare tutto.
La vecchia vita non se ne va, non ancora.
Non se ne va il vecchio lavoro, di cui ancora sento i lacci attorno alle gambe, e ancora adesso che scrivo mi divido come posso tra dovere e piacere.
Arriva invece il nuovo, e il tutto si sovrappone, si duplica, si sdoppia, e sfumano i contorni, e non sai bene come e dove e quando tutto questo finirà.
E hai davvero voglia che tutto finisca per poi tutto ricominciare, perché questo momento attuale è così pieno, così incasinato, così denso, così difficile, così faticoso, così buio, che non ne puoi più.
E hai davvero voglia che arrivi quel momento, ché tu possa ripartire.
Hai voglia, davvero, di fare questa stramaledetta doccia, e ripartire pulito, fresco, riposato, come in una serata tranquilla dopo una giornata di lavoro sotto il sole.
Ma sai già che non sarà così.
Sai che - se cambiamento ci sarà, e ci sarà - non sarà mai netto e rapido come vorresti tu, ma sfumerà, come in una dissolvenza troppo stirata.
Sai che arriveranno tante liberazioni ma che nasceranno altrettante istanze da affrontare.
Ma sai anche quale sarà la differenza.
Sarà che non sarai solo.
Sarà che avrai al tuo fianco una persona che ami tanto da stare male.
Che ami tanto da fare male.
Che con te costruirà una nuova vita.
Condividerà liberazioni e istanze.
Cambiamenti e dissolvenze.
E allora, davvero, una nuova vità potrà cominciare.
Pare che Toriful, o Beautitor (come volete) o -insomma! - la tragicommedia in formato telenovela che tanto stava appassionando(?) la gens granata sia finita.
E, per fortuna, pare sia finita bene.
Pare infatti che il nuovo presidente del Torino sarà il pubblicitario Urbano Cairo, e non Luca Giovannone (l'importatore di "infermiere" - diciamo così - dall'Est Europa, con una perifrasi definito er mignottaro).
Dall'imprescindibile ToroNews, riporto l'oramai consueto resoconto dell'altrettanto imprescindibile VB: